lunedì 6 agosto 2018

Giocare per vincere? Il punto di vista orientale - di Marco Gandolfo

 
Krsna  e Arjuna sul carro da guerra






Quando non c’è desiderio,
tutte le cose sono in pace.

Lao Tzu



Visitando il sito di Akiko Nakakura ( 1 ) abbiamo trovato alcune idee in sintonia  con i punti di vista  espressi nelle brevi note che compongono il nostro Giocare per vincere?


In questo articolo prenderemo in esame tali punti di contatto cercando di svilupparli, oltre che riprendere le considerazioni presenti nel nostro precedente scritto.



Akiko Nakakura, è stata una giocatrice professionista di Shogi. Suo padre le ha insegnato a giocare  quando aveva solo 6 anni. Insieme ad una sorella minore di 2 anni, Hiromi, ha studiato presso l'Ikusei-kai, istituto di formazione per giocatori   professionisti, dall'età di 16 anni . E' stata promossa a tale rango dopo un anno e mezzo. E' stata attiva in tale ambiente agonistico per 21 anni. 
"E' impressionante," afferma Akiko Nakakura, "quante cose abbia potuto imparare dalla pratica dello Shogi."

Akiko Nakakura scrive: " Posso dire con orgoglio che lo Shogi ha molte finalità e che esse vanno ben al di là rispetto al "vincere" o al "perdere" ( 2 ) e questo (lo posso dire) vivendo nel mondo professionale dello Shogi."

Nell'Occidente moderno in cui in quasi ogni disciplina si tende a esaltare l'individualismo e la competività più estrema l'idea espressa da Akiko Nakakura riguardo all'inessenzialità del vincere o perdere non potrebbe essere facilmente compresa. Inoltre il mondo professionale degli Scacchi mostra di privilegiare, almeno attualmente, altri "valori". Alcuni giocatori professionisti rilasciano inoltre dichiarazioni dal tono totalmente dissonante rispetto al punto di vista orientale riguardo ai giochi strategici.

Garri Kasparov scrive ad esempio: 

“Ci sono poche cose così brutali come gli scacchi professionistici.“

Gli scacchi sono considerati un simbolo universale di intelligenza e complessità, raffinatezza e astuzia. Eppure l’immagine del tipico giocatore di scacchi continua a essere quella di un eccentrico che a volte rasenta la psicosi.“ 
 
“È terribile perdere. La sconfitta provoca profondo dolore. Ogni volta che la subisco io mi punisco mentalmente e penso nella mia mente all'intera partita. Dove ho sbagliato?“


Queste citazioni evidenziano nel modo più chiaro possibile quanto sia lontano il punto di vista orientale da quello dell'uomo moderno  nei confronti  dei giochi strategici ma presumibilmente rispetto  ad ogni aspetto della vita…

”È terribile perdere...” rappresenta l'ammissione implicita di quanto sia stupendo vincere…ovvero di quanto sia importante per l'uomo occidentale di cui Garri Kasparov è  una sorta di emblema, l'ottenimento di un risultato che appare agli occhi del grande pubblico come incontrovertibilmente positivo ma che  non può  che portare in individui egocentrici a esaltare mente e individualità, a soffrire grandi frustrazioni, sopratutto se si ha la ventura di avere una forma mentis analoga a quella del grande campione russo.
 
Tali punti di vista sono cosiderati con un silenzioso disprezzo  dagli orientali autentici ( 2 bis ) poiché in Oriente, sopratutto  in  ambienti Indù e Buddisti, si ritiene ancora  la nascita umana  un dono particolarmente prezioso se vissuta nell'intento di liberarsi dal Saṃsāra.

Nutrire modalità  che rafforzano  gli attaccamenti  spinge l'essere umano nella direzione opposta rispetto alla quale la nascita umana, potrebbe condurlo , sempre che l'essere in questione facesse propria l'indicazione di Dante Alighieri, che recita: "fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza". » ( Divina Commedia, Inferno - Canto XXVI (vv. 112-120). Cosa questa che comporterebbe una graduale spogliazione del proprio ego secondo le dottrine  d'Oriente e d'Occidente.


L'affermazione di Akiko Nakakura che ha attirato la nostra attenzione, rappresenta  un insegnamento comune agli  antichi maestri di arti marziali, insegnamento che è stato tramandato fino ai giorni nostri, perlomeno nelle scuole che hanno conservato e trasmesso un deposito   tradizionale. 

Il maestro Gichin Funakoshi afferma ( 3 )   :

"Lo scopo ultimo del karate non si trova nella vittoria o nella sconfitta, ma nella perfezione del carattere dei partecipanti".

Quello che vale per il
karate varrà verosmilmente per Go, Shogi  e Scacchi e così via..



E Taiji Kase (  4  ) 

che in modo perentorio afferma:”Avrai un solo avversario: 

te stesso”


Ed ancora:

Il Cammino della Pace scorre come un fiume e,

giacché niente può resistergli,

è inevitabilmente votato alla vittoria.
L'arte della Pace è imbattibile,

perché non si lotta contro qualcuno,
ma soltanto contro se stessi.
Vinci te stesso e trionferai sul mondo.

 Morihei Ueshiba (  5 )

Pur se Akiko Nakakura non ci comunica in che cosa consistano i principi dello Shogi la sua espressione rimanda in tutta evidenza alla comune ascendenza delle arti marziali e dei giochi strategici orientali ( che sono fin da tempi molto antichi strettamente legati ) quali lo Shogi ( 6 ) e il Go ( 7 )  , ascendenze che vanno riferite a loro volta al Buschido, ( 8 )  al Buddismo Zen ( 9 ) e alle concezioni più profonde della tradizione cinese. 
Si possono trovare altre autorevoli testimonianze che confermano tale punto di vista. All'obiezione che queste citazioni riguardano le arti marziali e non i giochi strategici si può semplicemente far notare dello strettissimo legame di cui si è detto e dalla evidente continuità tra queste forme. Se si accetta l'idea secondo la quale gli antichi giochi strategici debbono essere considerati forme d'arte, allora non si potrà non accettare l'idea che ne consegue, ovvero che esse debbano a buon diritto essere annoverate tra le arti marziali . Il fatto che esse furono per molti secoli riservate ai componenti delle caste guerriere e costituirono uno strumento utilizzato per la formazione di imperatori e monarchi  è un ulteriore elemento che rafforza l'assunto.




Perché la vittoria non dovrebbe essere il fine ultimo dei due antagonisti? Non è facile per un occidentale moderno rispondere a questa domanda. Basterebbe tenere presente che lo scopo ultimo del gioco non è affatto il vincere o il perdere ma realizzare una presa di coscienza effettiva, comprendere nel modo più profondo possibile il simbolo che si sta attivando. Ananda K. Coomaraswamy scrive "...In un gioco non vi è in vero nulla da guadagnare se non «il piacere che rende perfetta l’azione» e la possibilità di comprendere che cosa sia propriamente un rito,   quindi non dobbiamo mai giocare negligentemente, ma nemmeno come se la nostra vita dipendesse dalla vittoria, Il gioco implica ordine...  il vero scopo del gioco è che non si gioca solo per vincere, bensì per recitare una parte, quella conforme alla nostra propria natura; e ci compete solo il giocar bene, a prescindere da un risultato che non possiamo prevedere. «Noi possiamo dominare soltanto l’azione, non il frutto dell’azione: perciò fa che non sia il frutto dell’azione a farti agire, e nello stesso tempo non esitare ad agire» (Bhagavad-Gîtâ, II, 47). «Le battaglie si perdono con lo stesso spirito con cui si vincono» (Whitman); la vittoria dipende da molti fattori che sfuggono al nostro controllo, e non sta a noi di preoccuparci di ciò di cui non siamo responsabili."  da Gioco e serietà . tali considerazioni se correttamente intese dovrebbero portarci, perlomeno a livello di intenzione, a predisporci interiormente per dare il meglio di sè stessi nella speranza di poter realizzare degnamente l'opera  di edificazione a cui ci stiamo  dedicando  non a discapito ma unitamente a  chi chiamiamo molto impropriamente nostro contendente. Va tenuto ben presente che tale opera racchiuderà un insegnamento profittevole per entrambi ed anche che in base alla nostra disposizione sia la vittoria che la sconfitta potrebbero comportare uno sviluppo interiore o una caduta. Come già abbiamo scritto altrove, va ricordato che la vittoria dovrebbe normalmente essere considerata come il sovrappiù,   che viene concesso a chi si dispone correttamente, cercando di fare unità in sé stesso e nelle proprie forze in campo che non rappresentano altro che le proprie facoltà interiori. In realtà gli incontri rappresentano delle opportunità per verificare la propria condizione e non un'occasione per esaltare la propria individualità.


Come è indicato esplicitamente da alcuni maestri di arti marziali l'avversario non è quello che abbiamo di fronte a noi, ma quello che portiamo dentro di noi. Si tratta della mente o dell'ego a seconda dei punti di vista che vanno domati. I giochi strategici nelle mani di maestri qualificati, furono strumenti particolarmente adeguati per trasmettere l'insegnamento, e consentivano di porre in luce le qualità positive e negative che i praticanti portavano in sé stessi. Una volta che tali elementi emergevano mediante la pratica e alle istruzioni ricevute dai maestri, questi ultimi avevano modo di intervenire mediante opportune sollecitazioni e opportune rettificazioni calibrate in base alle caratteristiche specifiche di ogni singolo discepolo.   

Siamo giunti alla conclusione. Ci riteniamo soddisfatti perché questo testo consentirà a qualche Lettore privo di pregiudizi e dal senso critico ancor vivo di avere la possibilità di prendere in considerazione un approccio ai giochi strategici ignorato in Occidente da molto tempo. Non è di nessuna importanza che il numero sia estremamente esiguo, in questo genere di cose la qualità è incomparabilmente più importante della quantità.

  

Note 
 
1 - Akiko Nakakura si è adoperata moltissimo nell'insegnamento dello Shogi ai giovanissimi. Il suo sito I-tsu-tsu riporta testimonianze assai interessanti a riguardo. Scrive tra l'altro: “La cultura giapponese, compreso lo Shogi, abbraccia molti valori Così come lo Shogi ha scopi ultimi diversi dalla vittoria o la sconfitta, le altre forme tradizionali giapponesi debbono avere principi  che non possono essere colti con un'esperienza superficiale. È un grande peccato crescere senza averli compresi. Esistono valori che possono essere scoperti mediante esperienze analoghe e reali a dispetto dell'era digitale...”

Dal 2007 ha operato in seno alla Japan Shogi Association alla Ladies Professional Shogi-Players 'Association of Japan (LPSA).





2 - La sete di vittoria e l'esaltazione del proprio ego sono tra le ragioni che spingono spesso, l'uomo occidentale  ad accostarsi e praticare i cosiddetti Scacchi internazionali. Non importa che tale pratica sia esercitata in maniera dilettantesca o professionale, ciò che conta per prima cosa è vincere e trarre la massima gratificazione dal successo ottenuto. Significativo sarebbe a questo proposito stilare un elenco delle monografie edatate negli ultimi 50 anni, nelle varie lingue europee, il cui titolo rappresenta una proposta ( di acquisto… ) che non si può rifiutare. Non ne abbiamo a disposizione alcuno, ma i titoli si ricordano facilmente, ad es. : giocare per vincere, Vincere con l'Est-Indiana,Winning Chess Traps, e via di questo passo.  

2 bis - Sapienza orientale e cultura occidentale di Ananda K. Coomaraswamy è un testo particolarmente adeguato per comprendere la ragione di certe realtà assai scomode che hanno portato alla "fabbricazione" della mentalità collettiva dell' Occidente moderno. Riportiamo qualche passaggio tratto dalla presentazione del soppraddetto testo:
"Nei saggi raccolti in questo volume, dato alle stampe per la prima volta nel 1947, l’autore mette in luce da vari punti di vista gli errori della cultura occidentale dominante che ha anteposto il primato dell’azione al primato della contemplazione, il culto del Nuovo all’attenzione alla Verità, l’idolo dell’alfabetismo coatto alla saggezza delle culture orali. Sottolinea pure gli errori e i guasti della colonizzazione che ha imposto ai popoli extraeuropei i modelli culturali e tecnologici dell’Occidente, sgretolando culture civili armoniche ed equilibrate ed esportando i germi di un disordine morale ed ecologico di cui oggi si sopportano le conseguenze...La sua visione dei problemi del mondo moderno è lucidissima...Coomaraswamy propone una cura sempre valida, anzi, forse oggi più necessaria che mai: un ritorno consapevole alla saggezza tradizionale, smarrita dagli occidentali ma ancora viva nel «suo» Oriente induista e buddhista.

3 -   per un profilo su questo maestro vedi:https://it.wikipedia.org/wiki/Gichin_Funakoshi


5 - vedi https://it.wikipedia.org/wiki/Morihei_Ueshiba

6 -   https://it.wikipedia.org/wiki/Shogi

7 -   https://it.wikipedia.org/wiki/Go_(gioco)
Ricordiamo che il Go nasce in Cina e viene fatto risalire all' imperatore cinese Yao (2337–2258 a.C.), che promosse la sua ideazione allo scopo di instillare in suo figlio Danzhu la disciplina, la concentrazione e l'equilibrio. Il go faceva èarte della quattro arti dello junzi (il gentiluomo cinese), assieme alla calligrafia, alla pittura e alla musica.

8 -  https://it.wikipedia.org/wiki/Bushido
Ispirato alle dottrine del buddhismo e del confucianesimo adattate alla casta dei guerrieri,  il Bushido esigeva il rispetto dei valori di onestà, lealtà, giustizia, pietà, dovere e onore, i quali dovevano essere perseguiti fino alla morte. Il venir meno a questi princìpi causava il disonore del guerriero, che espiava la propria colpa commettendo il seppuku, il suicidio rituale.

9 -   https://it.wikipedia.org/wiki/Buddhismo_Zen

10 - In una società  tradizionale ciò era possibile in quanto ogni attività compresa quella ludica era ricollegata ai principi, ma nella società occudentale moderna dove il punto di vista profano domina incontrastato riteniamo sia molto difficile se non praticamente impossibile esperire ciò. A complicare ancor le cose vi è stata nel corso degli ultimi secoli una sapiente manipolazione sia del pensiero che del linguaggio finalizzata a rendere estremamente difficoltoso l'accesso a determinate possibilità , in modo da impedire  agli occidentali aventi le necessarie qualificazioni di potersi accostare e comprendere le idee proprie delle antiche forme orientali. Le idee  vengono alterate deliberatamente e volgarizzate per essere poi offerte al grande pubblico. Il linguaggio deve adattarsi a questo disegno perché veicola le idee. Così si è giunti al punto di definire la ritualità orientale pratica superstiziosa. Parimenti il termine "rituale" è stato incorporato a forza nella    terminologia della psicologia moderna, riferendolo a una successione di atti che persone con nevrosi ossessiva debbono compulsivamente compiere in modo ripetuto. 

In modo analogo il termine "mantra" è stato introdotto, snaturandone con altrettanta malizia il significato, incorporandolo nella sedicente Scienza della comunicazione e della propaganda mediatica.

Anche la tanto idolatrata genialità occidentale andrebbe considerata, in base a quanto detto sopra, in rapporto con la saggezza orientale, nel presente contesto ludico.

Così  la vittoria ottenuta dal saggio non può coincidere con la vittoria del genio, quand'anche se esteriormente potrebbero apparire  simili... non va mai dimenticato che lo stesso effetto può trarre il suo essere da cause differenti. Una dimostrazione di qualità tecniche elevatissime non vivificate dallo spirito e dalla reale conoscenza di quel che il gioco simboleggia, porterà all'entusiasmo il grande pubblico, ma lascierà indifferente colui che ha penetrato l'essenza del gioco.

Mentre la vittoria del genio comporta ampio ricorso all'analisi, quella del saggio sboccia spontanea, frutto di una visione sintetica e unitaria. Questi aspetti non riguardano solo i giochi strategici, ma sono stati evidenziati dagli antichi maestri di arti marziali e dai loro discendenti. 

M.G.
Milano 6 - 8 - 1018

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